Il segreto di Antonio

Il profumo delle paste fresche giunse alle sue narici dopo che il debole suono della sveglia aveva fallito il suo scopo. Antonio come sempre aveva assestato un colpo alla cieca, sufficiente a zittirla e subito dopo era stato svegliato dall’odore proveniente dal bar sotto casa. Pochi minuti, ma sufficienti a illuderlo di aver dormito una o due ore in più.
Per fortuna la domenica, l’unico giorno della settimana in cui non doveva svegliarsi alle sei, il bar sotto casa era chiuso e le paste non arrivavano. Lo stesso accadeva nei giorni di festa. Come il primo maggio, il due giugno, l’otto dicembre, Natale, Pasqua. E quando le paste venivano consegnate in ritardo disgraziatamente il periodo di sonno strisciante si allungava e Antonio si svegliava solo al micidiale tu-tuuu-tu-tuuu elettronico impostato dalla moglie alle sette. La sveglia di Margherita si poteva spegnere premendo un tasto con estrema precisione, ed era sistemata sul mobile del televisore. E il mobile del televisore ovviamente si trovava di fronte al letto matrimoniale. Era il prezzo da pagare per mezz’ora in più di sonno, piacere che si dissolveva di fronte alla porta del bagno. Perché era l’unico bagno e in due non ci si stava. E chi arrivava dopo doveva andare a fare il caffé, scaldare il latte e sistemare tazze e tazzine. Ma preparare la colazione non aveva nulla di spiacevole. Il problema era che Antonio, quando le paste arrivavano al bar in ritardo, lui al bagno arrivava sempre secondo. E se a cena aveva bevuto un litro d’acqua e non il solito mezzo litro un quarto d’ora di attesa poteva essere terribile. Così quando toccava a lui trascorreva il suo quarto d’ora tra la tazza del water, il lavandino e la doccia. D’inverno doveva anche asciugare i capelli e di quarti d’ora ne passavano due. E, puntualmente, arrivava tardi al lavoro. Non c’era nulla da fare. Era un abitudinario. Sei giorni su sette al lavoro. Un giorno su sette a casa. Benedette quelle feste, il primo maggio, il due giugno eccetera, che rompevano la monotonia della settimana. Quando non cadevano di domenica. Ma in quei casi Antonio riprendeva in moneta quel che perdeva in sonno. Perché per fortuna le festività soppresse gliele pagavano il doppio. Accadeva di rado, ma quando si verificava in Antonio scattava qualcosa di particolare. Per lui la maggiore soddisfazione non era tanto quel piccolo, pur piacevole, aumento di salario, quanto la sensazione profonda e inguaribile di aver fatto incavolare il padrone della libreria. Si, perché anche l’abitudinario più incallito ha i suoi segreti, e Antonio aveva i suoi. E nel profondo era convinto che il padrone della libreria non fosse affatto contento di sborsare, costretto dalle leggi sul lavoro, una giornata doppia per giunta quando il negozio era chiuso. Poteva anche essere ragionevole pensarlo ma per Antonio quel tipo di ragionamento stava prendendo una piega insolita. Un conto è sorridere dei piccoli dispiaceri del proprio datore di lavoro, come può accadere ai dipendenti quando il padrone sbaglia nel parlare o incespica camminando. E a seconda del tipo di rapporto la cosa può essere più o meno marcata. Ma desiderare le disgrazie altrui questo è troppo, specie per uno come Antonio.
Quella mattina le paste erano arrivate stranamente in anticipo e Antonio fu svegliato dal profumo dei cornetti e delle bombe. Forse era la seconda volta che gli capitava da quando abitava a Cagliari, in quella strada di periferia, piena di bar e di negozi di vestiti, di sentire la sveglia già in piedi. La prima volta fu quando lo chiamarono alle cinque per avvisarlo della morte di uno zio. Questa fu dunque la prima volta che Antonio riuscì ad affacciarsi così presto da riuscire a vedere il furgone delle paste andar via.
La moglie si lamentava con lui per la lentezza dei suoi ragionamenti. E per la scarsa propensione non diciamo a lanciarsi in qualche iniziativa, perché dire lanciarsi sarebbe un’esagerazione, ma perlomeno a proporre qualcosa di nuovo. Era lento e pigro. A nulla valsero i rimproveri dei genitori, perché era il primo e doveva dare l’esempio ai fratelli. La nonna gli diceva che uno vive come si sveglia. Se scatta di colpo al suono della sveglia allora sarà sempre scattante. Se impiega qualche minuto sarà un tipo riflessivo. Se tende sempre a spegnere la sveglia per indugiare ancora nel letto, allora nella vita sarà un tipo lento e pigro. La nonna lo diceva per stuzzicare i nipoti a cambiare abitudini, invece Antonio e i suoi fratelli erano fatti della stessa pasta. Nessuno che amasse svegliarsi presto. Nessuno pronto a scattare. Tutti e tre si diplomarono in ragioneria e trovarono presto un posto: Antonio in una libreria, Luigi in un supermercato, Filippo nella segreteria di un liceo. E tutti e tre lasciarono il paese del Campidano dov’erano nati per trasferirsi a Cagliari, dove tutti e tre trovarono prima il lavoro e poi la famiglia.
Antonio era consapevole di essere lento e pigro. E a volte difendeva la sua condizione proponendo paragoni impossibili e accostamenti per niente azzeccati. Come quando si consolava pensando che anche a un cervello come quello di Albert Einstein le cose importanti non riuscivano proprio al volo. Aveva letto che la gestazione della teoria della Relatività Ristretta durò dal 1895 al 1905. E quella della Relatività Generale dal 1907 al 1915 Ma Antonio dimenticava che in entrambi i casi si trattò di intuizioni che diedero vita a concetti di valore universale. Trascurava il fatto che la Relatività Ristretta creò una nuova fisica e la Relatività Generale aprì la strada alla completa comprensione dei fenomeni elettromagnetici. Il lentamente di Antonio non era minimamente paragonabile al lentamente di Einstein. Ma per lui era così e basta. Non alzava mai la voce, ma se si metteva in testa una cosa non c’erano santi.
E quella mattina, con Antonio insolitamente in piedi alle sei e un quarto, il cielo già chiaro e le rondini indaffarate a inseguire gli insetti in volo, i pensieri iniziarono a girare più in fretta del solito. La sveglia di Margherita era ancora lontana e il tempo era sufficiente per architettare un piano. Architettare un piano? Uno come Antonio? Ma quando mai! Avrebbe esclamato la moglie continentale del suo datore di lavoro. Ma candu mai! avrebbero detto in coro i suoi parenti, i suoi amici, i suoi vicini di casa. Eppure Antonio, come qualsiasi Homo Sapiens, ha delle capacità nascoste. Capacità che neppure egli stesso conosce. Ma intuisce. Non le sa misurare. Ma quando possono emergere allora emergono. Come quelle cose schifose che Antonio incontrava al Poetto da bambino, nell’acqua alta, o in quella che per lui allora era acqua alta e oggi chissà se lo è ancora, per colpa del ripascimento. O forse ora è più profonda. Quelle cose innominabili viaggiavano intatte da chissà quanti chilometri nelle fogne per poi affiorare proprio vicino a lui. O forse erano state depositate in acqua da qualcuno vicino a lui. Antonio non lo saprà mai ma l’esempio è quello. Quando possono emergere emergono.
Antonio accese il computer, avvicinò la sedia più comoda del soggiorno alla tastera e attese il desktop. Aprì Word, che al lavoro non usava mai, ma a casa gli serviva per scrivere le lettere all’amministratore di condominio e quindi aveva imparato a conoscere anche trucchi più nascosti. Era orgoglioso di aver scoperto come trasformare le maiuscole in minuscole o viceversa, tutte o solo le iniziali, combinando la freccia in alto, come lui chiamava il tasto shift, con F3, e lo rivelava agli amici e ai mariti delle amiche della moglie come altri parlavano di cani o di macchine o di donne.
Pagina bianca. Un attimo di esitazione. Le mani sulla tastiera. Immobili. Antonio ci ripensa. Non può iniziare senza il caffè. Scivola svelto in cucina, afferra la caffettiera dallo scolapiatti, versa l’acqua, sistema con cura il caffè, stringe la filettatura della Moka, la poggia sul fornello più piccolo, accende la fiamma. Dopo qualche minuto è di nuovo davanti allo schermo, poggia la tazzina fumante, muove il mouse descrivendo con il cursore ampi cerchi sullo schermo che sembrano le fughe delle zanzare a Giorgino, clicca, sta per iniziare a scrivere. Un suono terribile. La sveglia. Corre in camera da letto. Colpisce l’arnese infernale e ritorna rapidamente alla sua postazione.
Gentile Signore, non conosco il valore del pezzo pregiato in mio possesso, ma ritengo che Lei lo vorrà valutare e propormi così l’affare. Lasci la risposta nello stesso posto.
File, Salva con nome, affare.doc. File, Stampa. File, Esci. La Epson fece in un attimo. Giusto in tempo: tu-tuuu-tu-tuuu. La sveglia di Margherita. Start, Chiudi sessione. Rimise la sedia posto, prese il foglio A4 e lo piegò tre volte come faceva sempre per le lettere che mandava all’amministratore, per segnalare una perdita d’acqua nel vano ascensore o per avvisarlo di aver saldato le quote condominiali con il conto corrente postale, e dopo aver spento lo schermo del PC si spostò in cucina. Riaprì la caffettiera e da quel momento riprese a fare tutto come al solito. Ma ci fu qualcosa di diverso.
Anche oggi il furgone delle paste è passato in ritardo? Chiese Margherita con un sorrisetto sardonico, gli occhi leggermente gonfi, i capelli appena pettinati. Si. Fece Antonio, versando il latte nella tazza della moglie. Una piccola bugia per un uomo, una grande menzogna per l’umanità. Con quel Si Antonio aveva mentito per la prima volta alla moglie. Aveva coperto il suo segreto. Stipulando con quella sillaba, che un tempo pronunciò per accettare Margherita come sua sposa, il patto scellerato con il diavolo. La lettera era sul mobiletto del telefono vicino alla finestra di cucina. Antonio per la seconda volta in pochi minuti compì un gesto nuovo: dopo aver mentito alla moglie sulla storia delle paste prese quel pezzo di carta di nascosto, tenendo Margherita sotto controllo con la coda dell’occhio, e si allontanò. Sentiva lo sguardo di lei sulla nuca. Entrò in bagno, fece tutto come sempre ma a differenza delle altre volte era svelto, e aveva paura. Temeva di dimenticare quella lettera in bagno. Era terrorizzato all’idea che la moglie potesse scoprire il suo piano. Uscì dal bagno aprendo la porta lentamente, molto lentamente, come se un assassino lo stesse aspettando nel corridoio. Guadagnò la camera da letto. Vide che Margherita era chinata alle prese con gli stivaletti di pelle. Sfilò la lettera da sotto il pigiama e la infilò nella tasca interna della giacca e riprese a vestirsi. Margherita non si era accorta di nulla. Chiusero il portoncino blindato, chiamarono l’ascensore, scesero silensiosamente quei tre piani, lei si guardava allo specchio, lui non faceva che toccarsi la giacca in corrispondenza alla tasca interna per verificare se la lettera si potesse notare da fuori. Tutto a posto. Uscirono insieme dal portone. Lei salì sulla Focus della collega, lui andò a prendere l’uno alla solita fermata. Sul pullmann del Ctm incontrò molti dei viaggiatori di sempre, scese alla solita fermata di viale Trieste, entrò nel bar all’angolo. Il solito? Chiese il barista. Si, grazie, rispose Antonio. E questo era il terzo caffè della giornata.
Entrò nel negozio prima del padrone, che arrivava sempre dopo le dieci, e salutò la commessa, che arrivava sempre prima di tutti. Ciao. Ciao. Andò nel retro a poggiare la giacca e dallo scaffale della cancelleria interna prese una busta. E tre. A meno di un’ora dalla prima bugia alla moglie commise il primo furto ai danni del suo datore di lavoro. Anzi, mentre quella detta alla moglie non era in assoluto la prima menzogna della sua vita, questa busta biancha era il primo bottino di sempre. Non aveva mai toccato qualcosa che non fosse suo o non fosse stato in qualche modo stato autorizzato a toccare. In campagna non toccava mai neppure i frutti che penzolano oltre le recinzioni. Al lavoro non aveva neppure preso in prestito un libro. Nulla di nulla. E ora quella busta bianca, nella quale stava infilando il foglio che aveva fatto uscire dalla Epson di casa, per Antonio era molto pesante. La fece scivolare nella tasca interna della giacca, la appese e iniziò la sua solita giornata di lavoro. Riuscì a vendere molte guide ai campeggi, due libri di ricette sarde, qualche cartina, tre copie del Codice Da Vinci, due di Non avevo un soldo e uno sui Templari in Sardegna.
Zola non aveva ancora svelato le sue intenzioni sul rinnovo del contratto. Nessuno sapeva chi sarebbe stato l’allenatore del Cagliari nella stagione 2005-2006. Migliaia di cagliaritani per l’ennesima volta andavano a sdraiarsi sul ripascimento. E Antonio attendeva l’una per indossare la giacca. Prima di andare al solito posto dove si recava sempre a quell’ora per pranzare passò in piazza del Carmine e cercò il posto che era descritto su un annuncio del Baratto dove lasciare la lettera. Fece finta di nulla e infilò la busta in una fessura di una parete della cabina telefonica. Andò a mangiare. Tornò al negozio alla solita ora. Trascorse la sera come sempre. Quando, come ogni sera, il padrone uscì dal negozio per l’aperitivo, poco prima della chiusura, Antonio capì che era giunto il momento di mettere in atto la penultima fase del piano. Aprofittando della presenza di una coppia di tedeschi che cercavano un libro di foto del Falco della Regina si infilò nel retrobotega e dopo aver spostato alcune casse di libri di cucina prese un libro antico che aveva scoperto un giorno. Si trattava certamente di un pezzo della collezione del proprietario, che ogni tanto portava in libreria per mostrarlo ad altri collezionisti. Ma in questo caso il pezzo era rimasto nel retrobottega, proprio nel periodo in cui il padrone per un indicidente in moto si fratturò una gamba e restò lontano dal negozio per due mesi. Antonio era sicuro che questo libro, intitolato “INSTRUZIONIS PO IS AMMINISTRADORIS DE IS MONTIS GRANATICUS DE IS BIDDAS DEPENDENTIS DE SA REALE GIUNTA DIOCESANA DE CASTEDDU” e datato 25 giugno 1779 fosse stato dimenticato. Così il suo piano consisteva nel prelevare il fragile volume e venderlo al migliore offerente. E se la cifra si fosse rivelata consistente Antonio avrebbe potuto mettere in atto la parte più incredibile del piano. Si, perché voleva evadere, voleva fuggire, desiderava lasciare tutto e tutti e esplorare qualche terra sconosciuta. I documentari di Discovery e i servizi del National Geographic Channel lo avevano pian piano trasportato in un mondo di avventure. Non resisteva alla tentazione di guardare almeno due di questi programmi ogni sera, appena la moglie chiudeva gli occhi. Ma non sapeva come pagarselo un viaggio in un altro continente, perché certamente non era un luogo d’Europa quello che avrebbe voluto visitare. In Asia, forse, o in Africa, o anche in America del Sud a cercare i resti delle civiltà Precolombiane. Tutto con un vecchio, misero libro? Il volume era conteneva parti più vecchie, appunti presi a penna, qualche conto. Ai suoi occhi dava l’impressione di valere alcune migliaia di Euro. E nessuno gli avrebbe mai chiesto come se l’era procurato.

La mattina dopo le paste arrivarono puntuali e il resto fu come sempre. Ma all’ora di pranzo visitò la cabina nella quale il giorno prima aveva lasciato la sua busta. Trovò un biglietto accartocciato. Lo prese e lo aprì.
Porta il pezzo stasera al molo ichnusa, alle 10, involto in carta da pacchi, indossa un giubbotto verde, in modo che ti riconosca. Lascia una breve conferma scritta.
Antonio riaccartocciò il foglio, lo fece scivolare in una tasca dei pantaloni e fece finta di comporre un numero e di attendere la risposta di un interlocutore. Dopo qualche minuto uscì e andò a mangiare.
La mattina dopo, a colazione, presentò a Margherita una scusa plausibile per poter uscire di notte: la pizzata con gli ex compagni della ragioneria. Trascorse tutta la giornata in assoluta tranquillità come tutti gli altri giorni. Ma dentro aveva un solo pensiero: prendere il libro senza farsi notare, portarlo a casa e poi all’appuntamento.
Tutto filò liscio. Nessuno fece caso all’involucro che portava sotto braccio. Giunse al Molo Ichnusa con notevole anticipo. Era emozionato. La pancia pungeva, come ai tempi delle prime cotte. Ma non tremava. Portava il libro ben involto in carta da pacchi sotto l’ascella del braccio destro. Camminava vicino a una nave da crocera enorme, bianca, con lunghe file di oblò, sorvegliatissima. E lui si sentiva un criminale. Ma non gli pesava. L’emozione lo stava trascinando verso il punto di non ritorno. Cosa sarebbe stato capace di fare dopo questo? Sarebbe davvero riuscito a piantare in asso tutti e partire per un lungo viaggio? Mentre camminava, totalmente assorbito da questi pensieri, sentì una voce dietro di lui. Seguimi! E lui ubbidì. L’uomo misterioso era più basso di lui, molto più robusto, portava la tuta da ginnastica e le scarpe da tennis. Camminava svelto e Antonio doveva sforzarsi per stargli dietro. Un gabbiano dalle abitudini notturne spiccò il volo verso il mare mentre loro percorrevano la banchina, la superarono e scesero lentamente tra le enormi pietre della barriera frangiflutti. Senza guardarsi in faccia i due si fermarono. Fai vedere! L’uomo misterioso allungò la mano verso Antonio e ne ricevette il pacchetto. Antonio si sentiva esplodere il cuore nella carotide. Non capiva perché ma ora qualcosa lo spaventava. Lo hai involto bene. Lo aprì lentamente. Ancor più lentamente lo osservò. Antonio osservò le mani tarchiate di quel personaggio senza volto. E ad un tratto capì. Ecco perché quella voce aveva qualcosa di sinistramente familiare. Ecco perché la paura aveva preso il sopravvento sulla sua flemma. Quando quella figura goffa sollevò lo sguardo dal volume domandando con tono minaccioso Ma dove l’hai preso?! Antonio ebbe la conferma. L’uomo misterioso era il suo datore di lavoro. Accadde tutto in pochi secondi. Antonio non capiva più nulla e iniziò a correre, forse non correva da più di vent’anni, quando perse il cappello sulla 131 e fu costretto fermare la vespa e inseguirlo. La distanza che lo separava dalla Queen of the Sea svanì in un attimo: scavalcò le transenne poste a guardia dei curiosi, fece due salti e vide il bianco della nave passargli accanto, poi la lastra nera odor di nafta aprirsi silenziosa che lasciava entrare i suoi piedi, il freddo dell’acqua e infine il buio.
Erano da poco trascorse le 22 e 30 del 20 giugno 2005. Il maestrale aveva spinto il libro in acqua, aperto a una pagina bilingue stampata 234 anni prima, che solo il gabbiano notturno avrebbe potuto legger. Bastarono pochi attimi e l’antico volume scomparve. Perso per sempre.

Racconto premiato con una segnalazione d'onore al Premio Città di Cagliari (7 gennaio 2006).

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